Accademia Tiberina già pontificia

storia e tradizione nell'arte

I rapporti con lo Stato Pontificio

L’Accademia Tiberina, sin dal tempo della sua costituzione, come si è anticipato, è stata dunque onorata della benevola attenzione dello Stato Pontificio, sia per il lustro e la valentia degli uomini che ne costituirono la struttura portante, che per le alte finalità che si era proposta, segnatamente per quanto atteneva la vita e la storia di Roma, nel rispetto della missione Cristiana della Città eterna e verso la sua forma di reggimento.


In forza di tali valori, il primo segno tangibile da parte dello Stato della Chiesa fu la concessione di poter porre sulla porta esterna del Sodalizio lo stemma del Senato e del Popolo Romano, a titolo perpetuo; riconoscimento che venne decretato in data 12 febbraio 1816 dai Conservatori del Senato e del Popolo Romano, a titolo perpetuo.

Tale autorizzazione venne trasmessa in data 6 febbraio dello stesso anno tramite il maggiordomo di Sua Santità, Mons. Varo.

Con successiva concessione apostolica, l’Accademia veniva autorizzata a coniare, annualmente “almeno 30 esemplari di una medaglia recante nel verso l’emblema accademico, e nel recto il nome del Presidente in carica, nonché l’anno di costituzione dell’Accademia stessa e quello della fondazione di Roma”.

A titolo di cronaca va inoltre ricordato - (repetita juvant!) - che nell’aprile del 1817 venne fuso un altro (e definitivo) conio da parte della zecca Pontificia per la medaglia annuale, su progetto dell’Accademico Carlo Federico Voigt di Monaco di Baviera, della quale tre esemplari venivano assegnati regolarmente alla Collezione numismatica del Museo Vaticano, una quarta al Museo Capitolino e una quinta depositata agli Archivi dell’Accademia stessa.

Altri segni di benevolenza da parte dello Stato l’istituzione aveva modo di segnare al proprio attivo e di vario rilievo e natura, negli anni successivi, per la sua opera in favore della Cultura.

In quel tempo l’Accademico Francesco Saverio Castiglione veniva creato Cardinale, mentre i Prelati Economi della Fabbrica di S. Pietro esortavano l’Accademia Tiberina a dare adeguato risalto alla premiazione dei giovani artisti della Scuola Cristiana di S. Salvatore in Lauro. In morte del celebre scultore e “Tiberino” Antonio Canova, il 13 ottobre 1822, il versatile ferrarese conte Leopoldo Cicognara, amicissimo dell’artista, pronunciò un appassionato discorso in sede accademica, il quale ebbe vasta risonanza sia per gli accenti che per i contenuti. Altre attestazioni di benevola attenzione vennero nel tempo riservate alla Istituzione culturale; la sua piena validità uscì rinfrancata in occasione dell’emanazione della bolla “Quod divina sapientia” di papa Leone XII, inerente le aggregazioni scientifiche e letterarie operanti nello Stato pontificio; riconoscimento corroborato da un rescritto del Prefetto agli Studi Card. Francesco Bertazzoli, che nominava una volta di più il benemerito sodalizio e ne lodava la mantenuta coerenza programmatica.

In pari tempo la S. Congregazione sollecitava l’Accademia come si è detto a dirigere i suoi studi anche nelle arti, nel commercio e in particolare nell’agricoltura (erano infatti i tempi in cui si poneva mano ai primi tentativi di bonificare il malsano e paludoso agro romano).

E’ di questo periodo l’inizio della pubblicazione, da parte dell’Istoriografo dell’istituzione Antonio Coppi, delle note prosecuzioni degli “Annali d’Italia” di Ludovico Antonio Muratori, al quale era legatissimo e che fu pure nell’ambito accademico, dove ebbe a consolidarsi la loro amicizia.

A seguito dei moti rivoluzionari del marzo 1832 si aveva a registrare un brusco arresto di ogni attività culturale, dal quale non andava esente la stessa “Tiberina”; ma nel volgere di pochi giorni (il giorno 7 dello stesso mese marzo) la Sacra Congregazione degli Studi ordinava espressamente la riapertura dell’Accademia, incitandola a continuare nello studio delle scienze, delle lettere e a perseverare negli studi aventi per oggetto la Città di Roma e l’Agricoltura.

Sono da sottolineare, inoltre, altri importanti eventi maturati in questo stesso periodo, e precisamente: dopo la nomina a Cardinale di F.S. Castiglione, l’elezione alla stessa carica dell’Accademico Bartolomeo Alberto Cappellari (marzo 1825); l’elevazione al Soglio dello stesso Castiglione, che assumeva il nome di Pio VIII (gennaio 1829); la successiva elevazione a Pontefice di Gregorio XVI, pur’egli Accademico Tiberino.

Nel giugno del 1846 l’Acc. Tiberino Conte Card. Giovanni Maria Mastai-Ferretti diveniva Pontefice col nome di Pio IX, tra il giubilo degli Accademici e dei numerosi sostenitori.

Gli anni immediatamente successivi, come è noto ai più, venivano funestati dai moti rivoluzionari, esplosi con l’uccisione del Ministro Pellegrino Rossi e il conseguente assedio di Roma da parte delle truppe francesi del discusso gen. Oudinot (1848/49).

Nella conseguente paralisi di tutte le attività sociali, subiva un temporaneo arresto anche l’attività della “Tiberina”.

Trionfali onoranze venivano tributate, nel marzo del 1834, dall’Accademia stessa, al Socio Vincenzo Bellini, di ritorno dalla natia Catania; e feste grandi si avevano altresì per la rappresentazione romana del “Guglielmo Tell” dell’Accademico Gioachino Rossini.

Da segnalare, infine il rientro in Accademia del Belli, dopo dieci anni di assenza, nell’avvenuto superamento di divergenze avute dall’irrequieto poeta con alcuni soci.

Ed ecco una digressione, ma significativa.

L’Accademia doveva darsi una nuova sede trasferendosi in via dell’Aracoeli, al n. 70, alla fine del 1841 (proveniente da via delle Scrofe, 95). In quell’occasione un giovane socio, il Conte Gioacchino Pecci di Carpineto Romano lesse alcune sue lodate composizioni poetiche in latino. Quel giovane tanto promettente era il futuro Pontefice Leone XIII (1878/1903).

Agli albori del XX sec. andava già confermandosi la delineata tendenza al Classicismo, in chiara contrapposizione al Romanticismo, che stava incontrando largo seguito all’Estero, e particolarmente in Gran Bretagna, Francia e Germania. E v’era chi levava la voce come il latinista Giuseppe Giacoletti, (maestro di Giovanni Pascoli, che erudì in latino), il quale affermava la necessità di ritornare alle origini della cultura, vale a dire alle fonti greca e latina.

Tra le personalità di cui si onorò l’Accademia nel tempo - e sono tante e in grande prevalenza di altissimo livello! - vanno ricordati qui il celebre astronomo Angelo Secchi; Stanislao Mancini, prima deputato e quindi Ministro degli Esteri del Regno d’Italia, l’arch. Giulio Podesti, e altre eminentissime personalità d’ogni ramo dello scibile, i cui nomi sono riportati a parte in questa stessa pubblicazione, per quanto in modo non del tutto esauriente.

E non ci sfugga poi il nome di un altro insigne “Tiberino”: quello di Luigi Tripoti, a sua volta creato Cardinale.

Una cronistoria seria impone, tra i preponderanti aspetti positivi (è cosa tipica della vita...) di richiamarne uno “storto”, e cioè negativo, da attribuirsi in parte negligenza degli uomini e per altra al... nume Tevere, dimostratosi, in una certa occasione, suo malgrado... patrigno: un’infiltrazione di acque fluviali causò, in un brutto giorno, l’allagamento dell’abitazione dell’allora vice Presidente dell’Istituzione, sita in via dei Coronari, 28, ciò che provocò, purtroppo, la perdita di manoscritti di rilevante interesse storico, custoditi in un locale sotterraneo della Chiesa di Santa Maria della Torre del Buon Viaggio.

Ma va detto, a titolo “riparatorio” (e a consolazione dei Tiberini) che in seguito l’Istoriografo e segretario del tempo, conte Bartolucci, riuscì a recuperare parte dei libri della Biblioteca Tiberina, per cui si potè riprendere il cammino documentale e operativo, che l’incombere della grave situazione conseguente allo stato di guerra (quella del 1915/18) aveva in precedenza rallentato.

 

L'ingresso di Villa Borghese ai primi dell'800