Accademia Tiberina già pontificia

storia e tradizione nell'arte

Mons. Mariotti

In realtà Egli è l’erede, ad un tempo, di una situazione “composita ‘~, ma soprattutto di un ‘espressa volontà. Eredità morale, s’in tende, che passa per una linea di vari valori squisitamente umani, e non già di “interessi”, come da corrente accezione del termine. Se ora l’Accademia, legata indissolubilmente ai suoi valorosi trascorsi, può proseguire il suo corso con rinvigorita lena, lungo un esteso arco di decenni (e si va’ ormai a cen tenanI), Mons. Fernando Mariotti ne ha il merito maggiore; pregio che va ascritto soprattutto alla di lui sagacia, ad una volontà inflessibile e — per dirla come va detta — anche ad un suo naturale senso del... buon diritto.

Non è tuttavia proteso alla ricerca di interessati consensi, ma segue un percorso che non può non dirsi di coerenza, poiché crede in ciò che l’Accademia ha rappresentato e tuttora rappresenta per se stessa e — soprattutto — per Roma. In altre parole, per quanto essa ha sin qui dimostrato con le sue centurie di gloriosi aderenti, e per quanto, in fatto di giusta esaltazione dell’ingegno umano, potrà ancora dare.

Gli uomini — è fatale — passano; ma le istituzioni (quelle valide, intendiamoci) restano:
E aggiungiamoci una cosa: per fortuna.

Genesi e Coerenza

Fedeltà ad un’origine; ma meglio si direbbe ad una genesi.
La “Tiberina” è nata infatti all’ombra di una tiara pontificia ed è stata onorata, come sappiamo, dall’avallo di altissimi prelati poi succedutisi, nel tempo, sulla Cattedra di San Pietro.

Il portato dei tempi ha condotto l’Accademia ad aprirsi — precorritrice sui sentieri del pensiero ecumenico — all’intelligenza del mondo, tuffandosi in tale chiaro anelito di universalità, oggi per fortuna, da molte parti avvertito.

E se, certamente, essa non discrimina in punto di intelligenze e di sapere, nondimeno è ben lontana dall’abiurare le proprie origini, il che tornerebbe quasi — ma un “quasi... lungo così...” — ad apostasia, perché su tanto piedistallo riposa il suo decoro ormai bisecolare.

Se ora il potere temporale dei Papi è venuto a mancare, non è certo venuta meno la loro benevolenza verso questa Istituzione, alla quale il Governo pontificio ebbe a commettere addirittura studi di larga implicazione socio-ambientale, quali quelli della bonifica delle estese paludi pontine, oltreché renderla promotrice attiva di studi in altre direzioni, sempre nell’ambito del sociale. Ecco dunque perché questa “testimone del tempo” mantiene fede ai suoi principi, muovendosi, come si muove ben consapevole, nell’ambito di questa nostra Era cristiana che ha informato di sé tutta l’umanità, coinvolgendola, e ponendo alla sommità dei suoi emblemi (ma meglio si dirà “mantenendo”) la Tiara papale, come esigono, per l’appunto concomitanti motivi derivanti dalla realtà storica.
Per cui, se nei campi delle scienze e delle lettere ha avuto il privilegio di fare da battistrada, si propone ora di continuare, con cristiana ed ecumenica coerenza, ad acquisire ai propri ranghi ogni apporto di intelligenza e sapere, comunque espressi e da qualunque parte provenienti, perché il mondo non può rinunciare a seguire le vie dell’universale comprensione.

Potrà giovare, a questo fine, talvolta, un pizzico di coraggio (chiamatelo pure, se potrà piacervi, “spregiudicatezza”); ma per sopravvivere alle temperie “eclissanti”, bisogna avere la determinazione di saper guardare ben oltre il contingente, per trarne, beninteso “auspici” rigorosamente... Cristiani, e in una visione, come s’è premesso, di autentica universalità.

Cultura, ieri e oggi

Cos’è che spinge gli uomini ad accomunarsi in un ideale sociale e civile, in ogni temperie politica nello stesso intento di elevazione?
Sicuramente un forte anelito, uno spiro avvolgente, che muove dalla soggettività per volgersi al consenso dei propri affini, e con una speranza in più: quell’apprezzamento vieppiù esteso, che peraltro non sempre si può toccare in vita...
Così è del resto dell’arte, che della cultura umana è una branca importante, perché quand’è veramente tale sa rivolgersi a tutti gli uomini, di qualsiasi contrada, con linguaggio universale.

La cultura, dunque; molla scattata fin dai primordi e che muove dai graffiti per concretarsi, nei successivi millenni, dapprima con i ginnasi e i licei dei grandi maestri greci culminando in quegli aristotelici “peripatetici” che attingevano al sapere del maestro passeggiando con lui all’aperto, per citare solo una dimensione inquadrabile dell’evoluzione del sapere, fino a giungere al “tesoretto” dei proverbi, dizionario a «schede», orale, per una comunicazione essenziale (per simboli) in cui l’abilità di chi l’usava —solitamente un illetterato — consisteva proprio nella cauta eppur sapiente adattabilità della similitudine; una specie, insomma, di incasellamento di comodo per questa o per quella situazione.

Si comunicava infatti fino alle soglie del Novecento, tra l’incolto e l’inclita, come si diceva allora — ci ricorda l’indimenticato Bacchelli — per allegorie e, appunto, per simboli e, come si è detto, “schematicamente”; ma ci si intendeva, eccome! I proverbi allora, da qualche parte esaltati quale “cultura dei popoli”, ma senza dubbio strumento di comunicazione incisivo pur nella loro apparente monovalenza. E tutto ciò in un tempo non precisamente remoto, non scordiamocene. Ora, andando più a ritroso, verso il tempo dei “secoli bui” troviamo d’altra parte che il signorotto, o il barone arroccato che taglieggiava i viandanti che si avventuravano nelle sue vallate era, il più delle volte, un incolto della più dell’acqua; ma egli aveva solitamente risolto il suo problema di non acculturato tenendosi a disposizione come amanuense e, quasi sempre, zelante persuasore dei sottoposti, un prete, depositano di qualche sapere.

Era costui il tramite che sapeva ornare il suo rozzo pensiero di belle maniere espressive, si trattasse di rivolgersi, da vassallo al suo signore, o infarcire, all’occasione, di contumelie un contrappositore di pari grado.

E spesso le diatribe divenivano così, debitamente stimolate, schermaglie di sapere tra gli intermediari, e di queste tenzoni dialettiche — in modo palese o
meno — è permeata la storia, che d’altronde è sempre stata scritta a cura del vincitore.., e sempre da chi per esso...

Confronti che valevano qualche volta un... trebbo, sicuramente non poetico.
Ma non è forse vero che “ne uccide più la lingua che la spada”? Potenza della parola!
Le diatribe sono guerricciole non sempre incruenti (per le conseguenze cui portano) e per di più riducono sovente i grandi ingegni alla stregua di piccoli uomini. La cultura, invece, quella che nasce da un libero spirito e senza balze sa effondersi. La cultura dei valori autentici intendiamo, è la linfa dell’umanità, e se diamo ascolto a Bacone, “L’uomo tanto può quanto sa”, con l’intima riserva di ciascuno, secondo il solito, che, più impara, più si rende conto di non sapere...
Ora, al di là dei luoghi comuni più triti, che cos’è un’Accademia come questa nostra Tiberina, se non l’accumulatrice di un’accolta di ingegni che, in vario modo, coi loro apporti hanno saputo esprimere un mare di insegnamenti, di sensazioni, di precetti quando non postulati (si pensi a questo proposito ai Rossini, Bellini, Respighi...); di pensiero (Croce, Gentile e altri di pari rilievo); e ancora, di scienziati quali Fermi genio dell’atomo, o di un Marconi, addomesticatore delle onde herziane e benefattore dell’umanità per motivi universalmente noti, o di un Natta...

Queste citazioni potrebbero anche bastare a dare un qualche senso al presente “discorso” ma la lista dei talenti, a volerla stendere, è ben più lunga, vasta e varia; e agli insegnamenti che da essa promanano non basterebbero, forse, i tomi di un’enciclopedia.

 

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