Accademia Tiberina già pontificia

storia e tradizione nell'arte

Giovanni Papini

Scrittore (Firenze, 1881, ivi 1958).

Giornalista, polemista severo, critico, novelliere e romanziere; tale il quadro della — secondo taluni — contro-versa personalità di quest’uomo geniale e versatile.

Spirito forte, provocatore, intraprese insieme con Prezzolini, la via del giornalismo letterario e si dette, ai suoi inizi, a varie avventure spiritual-letterarie, orientandosi, di poi, su quelle scabre ma incisive prose toscane dalle quali attinse rapidamente celebrità.  
Addirittura clamorosa fu poi la sua conversione al Cristianesimo, che aveva dapprima discusso. Da questo momento, forse fondamentale nella sua vita di uomo e di scrittore, egli alternerà prose “serafiche” ad accenti di tutta crudezza, in cui non sempre — o, almeno, in talune si coglie sincerità; o altre in cui sembra quasi venir meno la validità espressiva. A tratti parrà a taluno che egli, più che a creare, sia impegnato, se non proprio a distruggere, senza meno a demolire.

Ma ecco farsi strada in varie sue opere la figura di un ciclope — è stato rilevato —che combatte l’incombente cecità e che lavorando e applicandosi con tenacia — e si comprendono a questo punto i patemi, le reazioni e le difficoltà — contrasta, con ogni forza, quel male terribile che, alla fine, avrà la meglio su di lui.

Ma sulla grande mole di lavoro che egli riesce comunque a sviluppare, primeggerà alla fine, postumo, il suo, per concezione, titanico “Giudizio Universale” cui aveva lavorato, con frequenti distacchi, che da taluno furono giudicati “disaffezioni” — (e questo forse per l’immane portata del disegno) — fin dall’inizio del secolo stendendo appunti e vergando pagine su pagine.

In esso il Papini cattolico scioglie un canto elegiaco al Creatore col fare confessare i suoi personaggi, in gran parte immaginari, ma pur sempre “incarnabili” in soggetti esistenti (o esistiti) restituendoli alla vita estrema, dopo l’annientamento della morte.

Contraddittorio, dunque, e forse per l’urgere tumultuoso di alti pensieri che si affacciavano caoticamente al suo inquieto spirito; ma in ogni caso geniale, e profondamente geniale, per l’alto livello di quell’intenso suo sentire e soprattutto per quel suo intendere e rendere l’enigma umano in un ampio caleidoscopio di raffinata sensibilità