Accademia Tiberina già pontificia

storia e tradizione nell'arte

Vincenzo Monti

Abbiamo scelto tra la fitta schiera degli immortali della “Tiberina” alcune tra le più geniali personalità che vi appartennero dal tempo della fondazione, attraverso i decenni; personaggi senza tempo, in quanto destinati, in ogni caso, all’immortalità per aver conseguito fama e gloria imperiture; molti altri se ne sarebbero peraltro potuti citare, di altissimo merito, che operarono, distinguendosi, nei vari rami dello scibile. Le biografie qui riportate, desunte, per ciascuno dei nominati, da varie fonti, sono state necessariamente mantenute entro moduli di “ufficialità”.

VINCENZO MONTI, Poeta (Alfonsine, 1754 Milano, 1828)

Uscito dal Seminario, per merito del Card. Borghese, venne chiamato a Roma (1778) dove rimase fino al 1797: un ventennio che egli mise a profitto lavorando alacremente, ciò che gli consentì di salire rapidamente in fama col divenire il Poeta ufficiale della Corte papale e dell’aristocrazia capitolina, mostrandosi innovatore determinato.

Sposatosi con Teresa Pikler, ebbe da essa una figlia che fu chiamata Costanza e che doveva andare sposa al Conte Giulio Perticari, pesarese. In quel tempo il Monti entrò nell’Arcadia col nome di Antoniade Saturniano e fu ammesso al contempo nell’Accademia Tiberina. Nel 1797 il poeta si trasferì di punto in bianco a Milano, allora compresa nella Repubblica Cisalpina, attrattovi dal nuovo Regime e — fu detto — dalle sfolgoranti vittorie di Napoleone.

La sua improvvisa partenza da Roma fece pensare addirittura ad una fuga, e si opinò che egli fosse caduto in sospetto al Governo papale; sta di fatto che fino al 1814 Monti fu il poeta prima della rivoluzione, e poi dell’Impero; e qui adulazione, interesse e buonafede si fondono e confondono. Il Monti, tuttavia, in pieno fervore creativo, trovò il tempo di tenere per due anni la Cattedra di Eloquenza all’Università di Pavia. In quel tempo infatti, oltre a sostenere il ruolo di Storiografo del “Regno d’Italia”, riuscì a portare a termine il suo capolavoro: la traduzione dell’Iliade.

Caduto il regno italico e scomparso l’astro napoleonico il Monti non si perse d’animo e cantò i nuovi venuti, gli Austriaci, e da ciò, se trasse qualche vantaggio, non riuscì peraltro ad ingraziarsi l’animo del loro Imperatore Francesco I. Gli ultimi suoi anni trascorsero in un’atmosfera triste; ma il geniale seppur non molto coerente verseggiatore dalla, in ogni caso, sempre temibile parola, non mancò di levare i suoi fieri accenti contro la poetica romantica indotta dalla Restaurazione, talchè non può dirsi che egli non avesse il coraggio dei propri atteggiamenti, che nei momenti determinanti della sua esistenza risultarono assai netti.

Vincenzo Monti, fu, in sostanza, il “poeta del contingente”, senza dubbio contraddittorio, ma in ogni caso sempre legato al volgere degli avvenimenti. Disse bene di lui il Leopardi, nel riconoscerne, peraltro, il grandissimo ingegno; e cioè che egli fu “poeta dell’orecchio e dell’immaginazione; del cuore, in nessun modo”, mentre, a contr’altare, il Manzoni sentenziò che la natura aveva dato al Monti stesso “di Dante il cuore e del suo Duca il canto”.

Da un punto di vista più propriamente critico v’è da aggiungere che il Monti fu non soltanto verseggiatore sommo e poeta di vaglia, ma che ebbe a dimostrarsi prosatore spumeggiante e di tutta eleganza in vari scritti, spaziando da par suo.

Resta comunque, come si è osservato, su questo artista grande della parola l’ombra della mancata coerenza comporta-mentale, contro-partita, forse, ad una natura che, a tutta prima, gli si era mostrata, più che generosa, addirittura prodiga di doni.